Mordacci: “Ma il rischio che corriamo è manipolare la personalità”

«Memoria e personalità sono legate a doppio filo». Manipolare i ricordi significa toccare un tasto delicato: non ha dubbi nemmeno Roberto Mordacci, preside di Filosofia all’università Vita-Salute San Raffaele di Milano ed esperto di neuroetica. «Se si tratta di curare una malattia, nemmeno il moralista più conservatore potrà opporsi. Ma se l’obiettivo di pillole, elettrodi e stimolazioni magnetiche è soltanto potenziare delle facoltà che sono sane, il discorsodiventa più sfumato».

Il confine tra salute e malattia è scivoloso: come decidere quando è giusto “mettere le mani” nel cervello?
«Il confine tra salute e malattia è in effetti una convenzione. Che varia a seconda delle epoche e delle società. Il chirurgo francese René Leriche sosteneva che non esistono persone sane, ma soltanto persone con malattie non ancora diagnosticate. Oggi addirittura anche chi sta bene ma ha una predisposizione genetica a una certa malattia viene considerato alla stregua di un non sano».

Quali esempi di manipolazione del cervello sono giustificabili allora?
«L’uso della stimolazione cerebrale profonda nel caso di Parkinson o di disturbi ossessivo-compulsivi. E anche la cancellazione della memoria, se serve a eliminare ricordi traumatici che non permettono di vivere. Tutte queste tecniche in fondo sono nate in un contesto terapeutico, per curare malattie, ed è giusto che continuino a essere sperimentate con questo obiettivo. In condizioni simili sono terapie, non alterazioni della natura umana».

Qual è il confine tra una manipolazione della memoria legittima e una inaccettabile?
«Nel film Se mi lasci ti cancello il protagonista cancella selettivamente tutti i ricordi legati alla sua storia d’amore appena conclusa. Ebbene, alla fine non fa altro che ricadere negli errori iniziali, come se la sua esperienza non gli avesse insegnato nulla».

E questo a noi cosa insegna?
«Che un ricordo ossessivo, in cui un forte trauma viene rivissuto continuamente, può legittimamente essere cancellato, ammesso che i farmaci ci riescano. Una storia d’amore finita male invece no. Il peso emotivo dei ricordi va gestito eanalizzato. Occorre trovarne il senso. Cancellare una memoria in toto vuol dire cancellare un pezzo di storia personale e basta. È qualcosa che il nostro cervello fa abbastanza comunemente, come Freud ci ha insegnato, con il meccanismo della rimozione. Ma alcuni traumi, come lo scottarsi con l’acqua bollente, sono utili per evitare di ricadere negli stessi errori».

Potenziare alcune facoltà, come la forza di volontà, non potrebbe essere utile?
«In effetti la nostra capacità di resistere alle tentazioni o alle provocazioni è limitata. Quando sforziamo a lungo questa facoltà, poi basta uno stimolo molto piccolo per far crollare l’autocontrollo. Ecco perché dopo una giornata di tensioni sul lavoro si torna a casa e ci si arrabbia per un nonnulla con il proprio figlio. Che venga escogitata una neuro-stimolazione capace di migliorare questa facoltà potrebbe non essere un male».

Idea inquietante.
«Il problema è quando la stimolazione viene indotta con scopi esterni all’individuo. In un supermercato uno strumento così sarebbe pericoloso. È vero che il neuro- marketing è una disciplina ormai matura, ma dirigere le persone verso determinati scaffali direttamente con uno stimolo sui neuroni può diventare rischioso: è una vera manipolazione. Per carità, le influenze che subiamo senza esserne coscienti sono tante e pesantissime. Ma l’illusione di essere comunque un po’ gli autori della nostra esistenza è qualcosa cui non vogliamo certo rinunciare».

Per migliorare alcune funzioni del cervello esistono già anche dei farmaci.
«E sembra che vengano usati spesso dagli studenti negli Stati Uniti. Medicinali come ilRitalin o ilProvigil aumentano la soglia dell’attenzione e della concentrazione. Permettono, in molti casi, di preparare un esame nella metà del tempo normale. Ma ci si è accorti che il cervello perde queste informazioni assai rapidamente. Le nozioni infatti sono state immagazzinate e non elaborate. Non sono cioè state organizzate secondo nessi causali. Se invece fosse possibile migliorare la capacità di immagazzinare informazioni senza perdere quella di elaborarle, allora perché dovremmo dire di no a delle tecniche che agiscono direttamente sul cervello?»

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