Lou Reed, la vita contro di un genio dell’art rock


QUELLI come lui hanno la vita scritta in faccia. Paura, abusi, solitudine, eccessi. Lou Reed aveva una ruga per ogni dolore, come quei rocker sopravvissuti che a guardarli da vicino ci si chiede perché la vita abbia deciso di risparmiarli anziché strapparli al palcoscenico in giovane età, come Hendrix o Cobain. Il leggendario leader dei Velvet Underground, l’autore di Heroin, Walk on the wild side e Perfect day, morto ieri all’età di 71 anni dopo che sembrava essersi ristabilito da un trapianto di fegato subito lo scorso aprile a Cleveland, aveva cominciato precocemente il suo cammino contromarcia. Da quando adolescente aveva confidato a suo padre, un contabile ebreo di Brooklyn, di essere bisessuale. Fu un’idea spavalda, ma poco brillante. La terapia, alla metà degli anni Cinquanta, era una sola, folle, barbara, ovviamente inefficace: l’elettroshock; un’esperienza allucinante sulla quale nel 1974 avrebbe scritto la drammatica Kill your sons. Non ne parlò mai apertamente fino al ’96: “Ti ficcavano un boccaglio tra i denti per impedire che ingoiassi la lingua, poi ti fissavano gli elettrodi sulla testa. Era quello il metodo che usavano a Rockland County per scoraggiare i comportamenti omosessuali. L’effetto era una totale perdita di memoria che ti riduce come un vegetale. Non riesci neanche a leggere un libro, perché quando sei arrivato a pagina diciassette sei costretto a ripartire da pagina uno”.


In questo video del 1974 Lou Reed, morto all’età di 71 anni, interpreta il brano “Vicious” durante un concerto a Parigi

Non raccontò neppure come ne venne fuori, come riuscì a convincere genitori e terapeuti di essere tornato “normale”, ma nel 1960, dopo aver fatto parte del gruppo doo wop dei Jades, Reed si iscrisse all’università di Syracuse: specializzazione in giornalismo, regia e scrittura creativa. Sarebbe stata un’esperienza sterile se tra gli insegnanti non ci fosse stato Delmore Schwartz, il poeta maledetto, incline alla follia e all’alcolismo, che capì il suo potenziale e lo incoraggiò a mettere in musica le sue intuizioni letterarie. Schwartz, ironicamente, morì a 52 anni nel 1966, proprio quando Reed pubblicò il primo disco con i Velvet Underground, prodotto da Andy Warhol; ironicamente European son, una delle canzoni dell’album, è proprio dedicata al poeta che aveva raccolto la sua anima all’ufficio degli oggetti smarriti.

I VERSI INDIMENTICABILI

Lou Reed era geniale, lo capirono subito gli editori di canzoni di Manhattan, impossibile però imbrigliarlo nel recinto della canzonetta. Adorava il jazz senza confini di Cecil Taylor e Ornette Coleman (“Pretendevo che la mia chitarra emettesse gli stessi suoni”) e aveva già nozioni precise di musica seriale: il nucleo dei Velvet Underground nacque dall’incontro con John Cale, il violista gallese che suonava nel Theater of Eternal Music di LaMonte Young. Oggi i Velvet verrebbero archiviati sul nascere, ma nella New York degli anni Sessanta follia e creatività andavano a braccetto. Quando Warhol, il vate della pop art abilissimo nel monetizzare anche la controcultura, ascoltò Heroin capì che sarebbe stata la colonna sonora ideale per uno spettacolo di suoni e luci, Exploding Plastic Inevitable, che da tempo aveva in mente. Non fu un accordo indolore quello tra la band e Andy, che impose la presenza di Nico, cantante e modella tedesca che aveva avuto anche una particina nella Dolce vita di Fellini. Cale e Reed protestarono, poi restarono a loro volta soggiogati dal fascino della diva teutonica (di cui furono a turno amanti).

La vita degli artisti che ruotavano intorno alla Factory di Warhol non era molto diversa dagli eccessi che i Velvet ostentavano nelle performance – durante l’esecuzione di Heroin, Lou simulava (?) il rito dell’endovena con siringa e laccio emostatico – e dalle scene dei film che Warhol girava con i suoi cowboy, le sue aspiranti modelle e la sua corte di transessuali. The Velvet Underground & Nico, l’album che ogni rocker – da Bowie a Morrissey, da Patti Smith a Michael Stipe – ha citato come il più influente, neanche sfiorò la top ten, si stabilizzò al 117° posto. La breve e intensa attività dei Velvet rimase fino ai primi anni Settanta custodita nello scrigno dell’underground newyorkese, orgoglio di mitici club della Lower Manhattan, come il Max’s Kansas City.

Lou Reed era, ed è rimasto fino alla fine, personaggio ombroso e ostile alla stampa; probabilmente il suo astro si sarebbe spento con quel gruppo o con una dose di troppo se David Bowie, fresco del trionfo di Ziggy Stardust, nel 1972 non avesse deciso di rilanciarlo con Trasformer e un nuovo biglietto da visita, Walk on the wild side. A quel punto era perfettamente in grado di trasformare in canzoni i suoi fantasmi, aveva la credibilità per mettere a frutto l’insegnamento di Schwartz e creare indimenticabili romanzi in musica: l’oscuro e tormentato Berlin, album concept che racconta una storia d’amore tossico all’ombra del muro; il crepuscolare Coney Island Baby, concepito nel periodo in cui s’era invaghito di un transgender di nome Rachel; il tormentato The bells (con la tromba di Don Cherry) – tutti videro la luce nel periodo in cui New York ribolliva di punk e i protagonisti lo avevano eletto a loro santo protettore. Nel 1980, all’epoca del matrimonio con la designer Sylvia Morales (divorziò nel ’94, quando Lou già frequentava Laurie Anderson, che avrebbe sposato nel 2008) l’artista sembrava ormai immune dalle tentazioni che ne stavano per fare un martire del rock. Cominciava allora a predicare il salutismo che sarebbe rimasta regola ferrea fino alla fine. Fece una certa impressione vedere il più maledetto dei rocker esibirsi nel corso del Giubileo dei giovani davanti a Giovanni Paolo II nel 2000; più in sintonia con il suo genio ribelle Songs for Drella, realizzato con John Cale dopo la morte di Andy Warhol, le collaborazioni con Robert Wilson e il celebrato The raven, ispirato a Edgar Allan Poe.

Avrebbe portato fino alla fine le stimmate dell’eroinomane: nel 2001 le agenzie diffusero la sua morte per overdose – da quel momento la sua avversione per la stampa divenne cronica. L’artista più controverso e influente degli ultimi cinquant’anni viveva in pace nel West Village di Manhattan con Laurie Anderson, adorata compagna della maturità. A quarantacinque anni dall’esordio era ancora fermo nella sua convinzione che l’arte va tenuta lontana dalle lusinghe del pop. Anche a costo di rinnegare Warhol.



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