L’omaggio americano a re Giorgio

«Pensavo che la targa per l’Armani day scritta in gotico fosse uno scherzo di Halloween. Però il tributo del sindaco di New York Bloomberg, alla mia moda, mi riempie di soddisfazione». È stato un trionfo quello di Giorgio Armani l’altra sera nella Grande mela. Al Super Pier, il molo sulle rive dell’Hudson, ha ricreato il suo teatro in uno spazio di nove mila metri quadrati, dove hanno sfilato 87 modelle con 152 abiti della collezione Privé, una retrospettiva su otto anni di haute couture. I 45 minuti di show si sono conclusi con una standing ovation. Ad applaudirlo, 700 invitati e una schiera di fan come Leonardo DiCaprio, Martin Scorsese, Glenn Close, Naomi Watts, Paolo Sorrentino e Bruce Weber. Armani era emozionato fino alle lacrime: «Mi hanno detto che anche in sala la gente piangeva e io sono così c… da crederci».

Armani, si riconferma la stima degli americani.
«Io e loro ci siamo capiti al volo. Qui, era da dieci anni che non facevo una grande sfilata. Volevo creare un evento speciale e così ho fatto. Io sono perfezionista, so dare una impronta nuova a tutto, giocando su luci e atmosfere ma restando fedele al mio principio di donna elegante che non deve seguire supinamente la moda. Ecco perché da sempre le donne manager mi amano».

Non a caso, nell’82 lei si è conquistato la copertina di Time.
«Sì ma era prematura, mi ha sconcertato. Avevo ancora tante cose da dire. Diciamo che l’avrei meritata qualche anno dopo. Ma quella copertina mi ha fatto un gran piacere».

Cosa significa per lei New York?
«Negli anni 70 è stata una tappa fondamentale. Anche se le americane non erano l’ideale per il mio stile sofisticato. Qui andava il country e c’era un guazzabuglio di stili. Ma le donne mi hanno accettato perché volevano una “divisa” per sentirsi sicure nei miei abiti».

Che cosa l’affascina dell’alta moda?
«Il mondo della couture è “una follia pratica”. Entrambi gli aspetti, che sembrano in antitesi, danno vita a un progetto concreto, dove l’abito ha lo stesso fascino di un’opera d’arte».

A quali donne si ispira quando crea un abito di alta moda?
«Non a una donna precisa. Prediligo il portamento, l’eleganza dei modi ma anche la semplicità, una certa naturalezza sofisticata, con un trucco leggero e capelli in apparente disordine».

Cosa le piace delle donne americane?
«La loro scioltezza è fantastica. E le italiane dovrebbero prenderle ad esempio. Sono eleganti anche quando fanno jogging. Una volta sono andato a trovare Julia Roberts e lei mi ha aperto la porta di casa vestita come una ragazza normale».

Cosa invidia agli americani?
«La loro capacità di rimboccarsi le maniche, che abbiamoanche noi ma in maniera meno plateale».

La sua «magnifica avventura» nell’alta moda è iniziata otto anni fa a Parigi. E i francesi non sono teneri con gli italiani.
«Si, ma il mondo esclusivo dell’alta moda mi ha accolto con interesse anche perché è stato chiaro da subito che desideravo far evolvere l’idea tradizionale della couture facendo non solo abiti da sera ma anche da giorno».

Tra i grandi della couture chi ama?
«Jean Paul Gaultier, cosi francese e rallegrato da un senso lieve di umorismo. E poi apprezzo molto il lavoro di Karl Lagerfeld».

A chi affiderebbe oggi un film sulla moda?
«A Sofia Coppola così moderna ma anche ironica e crudele»

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