Lampedusa, Quei bimbi siriani non sono orfani. "Trovati i loro genitori, a Malta"

Menfi (Agrigento) – Karim guarda la foto: c’è una bimba con due grandi occhioni neri, due codini in testa sui capelli ricci ricci e il vestitino della festa. È in braccio al suo papà. Karim sembra non avere dubbi, indica la bimba della foto e dice: “Maram”. Maram come la bambina che, seduta accanto a lui, strilla contendendo un giocattolo a Yara. I bimbi siriani senza nome, sopravvissuti al naufragio del Canale di Sicilia dell’11 ottobre, ora forse un nome ce l’hanno. Ed è stato proprio Karim, 7 anni, il più grande dei sei salvati dalla Marina italiana e ora ospiti in questa casa per minori in provincia di Agrigento, a indicare i nomi degli altri. E così il più piccolo del gruppo, 10 mesi appena, quello che era stato chiamato Salvatore dal nome del marinaio che lo aveva strappato al mare, ora invece è Yassam. Poi, Maram: la bambina che era stata chiamata Kitty, dal nome del ciondolino della collana che porta al collo. Maram, come la bimba di 17 mesi che a Malta due giovani sposi cercano disperatamente dall’11 ottobre, quando si sono ritrovati a bordo di una motovedetta de La Valletta senza la loro bambina che, al momento del salvataggio, stava bene ed era tra le braccia di Aisha, la 25enne mamma di origine libanese. È lei la Maram che da allora funzionari della questura di Agrigento e volontari delle organizzazioni umanitarie stanno cercando di restituire ai genitori? E sono gli altri bimbi ospiti della comunità di Menfi i figli che genitori disperati cercano da Malta?

Di riconoscimenti ufficiali non ne è stato fatto nessuno, dicono alla prefettura e alla questura di Agrigento dove da giorni funzionari lavorano a tempo pieno per cercare di ricostruire nuclei familiari divisi dalle ultime tragedie del mare. Ma alcuni possibili genitori dei bambini finiti nella casa di accoglienza di Menfi sono stati individuati e si stanno valutando gli elementi di riconoscimento da loro forniti. “Stiamo svolgendo accertamenti per individuare figli e genitori e in alcuni casi ci sono riscontri positivi che lasciano ben sperare”, dice Barbara Molinario, funzionario Unhcr che coordina le procedure per i ricongiungimenti. “I tempi sono lunghi e le verifiche rigorose, ma stiamo tentando di accelerare i tempi per trovare tutti i riscontri necessari”.
Foto con i figli pubblicate su Facebook, braccialetti e collanine, segni particolari, numero dei denti da latte caduti, nome della città o del villaggio di provenienza: al centro di accoglienza di Malta i funzionari dell’Unhcr raccolgono ogni elemento possibile dai genitori che cercano disperatamente i loro figli per incrociarlo con i dati forniti da chi ha in custodia i piccoli sopravvissuti al naufragio. Piccoli che, proprio perché si spera di poterli presto restituire alle famiglie, non sono in affido. Come è stato comunicato a Franco Corbelli, del Movimento Diritti Civili che aveva dato la disponibilità di due famiglie di Cosenza ad accogliere alcuni dei piccoli orfani e che ha detto: “I sei bambini siriani non sono più degli orfani perché sarebbero stati individuati i loro genitori. La loro vicenda, e in particolare quella dei tre fratellini che si tenevano per mano, mi aveva particolarmente colpito”.

Ma alla porta della comunità di Menfi hanno bussato in tanti in questi giorni, pronti a prendere in affido quei bimbi, persino un presunto giudice di Agrigento o alcune donne dell’Azione cattolica. Ma da quella casetta bianca in cui si sono finalmente rasserenati e dove stanno imparando qualche parola di italiano Karim, Youssuf, Yara, Yassam, Amud e Maram non escono. Non prima che un esame del Dna abbia accertato se quei giovani genitori che li reclamano dall’altra parte del Canale di Sicilia sono davvero i loro genitori. 
 

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